QUELLA PALLA VA IN BUCA !

BASSINI 08

“Quella palla va in buca!” pronunciato con l’inconfondibile accento toscano di Francesco Nuti. Questo è stato il mio primo contatto col mondo del tavolo verde che, come lo scorgi ti attira, ti immobilizza, ti conquista, e il tutto visto in un film, sul piccolo schermo di una televisione che in quegli anni nemmeno aveva l’alta definizione. Figuriamoci poi se ti ci imbatti fisicamente col biliardo, se ti ci ritrovi nella stessa stanza, se lo puoi toccare, girarci intorno, prendere una stecca in mano, allungartici sopra e colpire una palla. Da allora ho partecipato a molte feste di capodanno, e la mia percezione del tavolo verde rispetto ad “Io Chiara e lo Scuro” è cambiata non poco. Infatti, da qualche tempo, a biliardo ho iniziato giocarci anche se non quanto vorrei. Mi è comunque sempre piaciuto e durante gli anni dell’università ho anche assistito a diversi incontri del circuito professionistico dell’allora Tele+ (rigorosamente 5 birilli) senza però mai sviluppare i chiari ed inequivocabili segnali tipici di una dipendenza; fino a quando, in quel di Londra, agli albori del nuovo millennio, mi ci imbattei di nuovo, questa volta però in maniera più decisa, più forte, violenta. Tre del mattino, dopo una serata trascorsa ad una festa in un locale di High Holborn, rientro nell’appartamento (più simile ad una stanza date le dimensioni) vuoto, anche un po’ freddino, apro il frigo in cerca di un po’ d’acqua (finalmente), come per istinto accendo la tv e su una delle BBC stanno trasmettendo live un torneo di biliardo da qualche parte in Cina (Shenzhen forse), cosa accadde? Smisi con lo zapping, mi fermai, mi incuriosii, mi lasciai cadere sulla poltrona e iniziai a guardare; dieci, quindici, trenta minuti, molto meglio di un film d’azione degli anni ’80 per passare il tempo. Già… il tempo. Il tempo era lì, in quel gioco allora ignoto, scandito da gesti lenti, precisi, sempre uguali, momenti in cui sembra nulla debba accadere ma in realtà accade tutto, il tempo era lì, tra una palla rossa e una colorata che immancabilmente finivano in buca scagliate da un abile, preciso ed inesorabile cecchino; il tempo era lì, bastava coglierlo. Avevo scoperto lo Snooker e fu lì, in quel momento, che di tempo iniziai a concedergli il mio.

Chissà se furono le birre, lo stordimento dovuto alla musica ad alto volume o agli innumerevoli Christmas Jumpers visti qualche ora prima in giro per la città, oppure il ritmico agire del giocatore al tavolo che mi incollarono davanti alla tv fino alle prime luci dell’alba. L’unica certezza che ho è quella che mi fermai a guardarlo, lo Snooker, e iniziai anche a desiderare di vederlo dal vivo. Così feci, e cosa vidi? Vidi il silenzio, vidi gli occhi dei giocatori che studiavano il colpo, vidi un brandeggiar di stecche (non moltissimo in verità), vidi palle rosse e colorate che, magistralmente colpite, rotolavano armoniosamente nelle buche, vidi un gioco che non capivo, che nessuno mi aveva mai spiegato ma che seguii con grande trasporto e in religioso silenzio. Anni più tardi, rientrato in Italia iniziai a seguirlo in tv e, anche grazie a questo, la passione per il gioco finì col rafforzarsi.

Lo Snooker non puoi che ammirarlo, è tanto telegenico (come qualcuno su queste colonne ha già ricordato), i giocatori sembrano star del cinema, sono alti, eleganti e inoltre spediscono le palle in buca con tanta di quella naturalezza che finiscono per ingannarti. Eh sì, ti ingannano, ti lasciano credere che stiano giocando a un qualcosa che poi tanto complesso non sia, ti fanno credere che lo Snooker sia semplice. Venendo a tempi più recenti; grazie ad Eurosport, circa sei mesi fa conobbi l’Ambrosian Snooker, che mi offrì la concreta possibilità di provare a giocare. Così, insieme al mio amico Roby (compagno di tanti tornei di tennis) decidemmo di andarci, Davide ci mise in mano due stecche e iniziammo a colpire: 1 – imbucare non è affatto facile, e si sbaglia anche di parecchio, 2 – lo Snooker crea dipendenza, perché ti viene la voglia di tornare a giocarci il prima possibile, 3 – ti viene anche una gran voglia di migliorarti. Alla fine, questi sono probabilmente i motivi principi per i quali seguito a giocarci (malino per la verità…), ma sicuramente non gli unici. Il rumore della palla che finisce in buca è infatti accattivante, sublime, perché l’avercela mandata ti fa sentire un gran figo e perché spero che, prima o poi, vedendomi chino sul 12 piedi mentre mi appresto a tirare, qualcuno finisca per commentare sicuro: “quella palla va in buca!”.

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